Il populismo è femmina?

Il populismo è femmina?

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di Lea Melandri*
In un articolo uscito sul quotidiano La stampa due anni da (15/3/2016), Francesca Sforza si poneva una domanda interessante: “E se la scomposta maratona per l’emancipazione femminile – disseminata di ostacoli, ritardi, false partenze e fughe in avanti- passasse anche per il populismo?”. Seguono esempi, europei e italiani: Marine Le Pen in Francia, Beata Szydlo in Polonia, Frauke Petry in Germania, e nel nostro paese Virginia Raggi e Chiara Appendino, candidate a Roma e Torino dal Movimento 5 Stelle –“tutte diverse, tutte donne, ognuna capace di usare un linguaggio che colpisce nel segno di un elettorato deluso, sfiancato, impoverito, arrabbiato”.
Il loro successo veniva riferito all’aver portato nell’impegno politico doti femminili tradizionali: “parole concrete”, il “modo rassicurante che hanno le casalinghe quando fanno i conti delle entrate e delle uscite in una famiglia”, volti materni, “salti mortali” per tenere insieme responsabilità pubbliche e vita privata. Anche Angela Merkel, vista sotto questo profilo appariva come “la donna che i tedeschi amavano fino a che si comportava come una brava amministratrice di condominio, ma che hanno smesso di amare quando ha deciso di passare alla storia”.
Che l’emancipazione delle donne si portasse dietro per inerzia, radicamento secolare o mancanza di altri modelli praticabili, comportamenti e valori considerati tradizionalmente“naturali”, non era difficile da prevedere. Eppure, anche il femminismo degli anni Settanta, dopo la svolta radicale rispetto all’associazionismo femminile che l’aveva preceduto, sembra avere sottovalutato l’uso che più o meno consapevolmente ogni donna fa, come potere e rivalsa, delle potenti attrattive che le sono state riconosciute: la seduzione e la maternità.
Di che altro parlano i commentatori politici quando le candidate sono donne? Sopravvalutate o denigrate, la bellezza e le qualità materne prevalgono di gran lunga su programmi e competenze, a dimostrazione che le “funzioni essenziali” del sesso femminile restano quelle che le hanno tenute lontane dalla “cosa pubblica”, e che hanno reso il loro accesso a una cittadinanza piena faticoso o impossibile. L’emancipazione sembra aver aperto semplicemente le porte di casa e trasferito dentro un ordine, che resta nelle sue strutture di fondo “maschile” – benché coperto dalla neutralità – , quel “complemento” di cui si è cominciato a sentire la mancanza.
L’antipolitica, come ritorno del rimosso secolare su cui l’uomo aveva costruito costruito una comunità di simili, libera dai vincoli che comporta la conservazione della vita, non poteva che avere la figura, reale o immaginaria, di tutto ciò che è stato identificato col femminile: emozioni, sentimenti, donatività, dipendenza, sogni, salvezza e dannazione, idealità e concretezza, amore e violenza.

Lo slogan “il personale è politico”, che prefigurava un’uscita radicale da tutti i dualismi – maschile/femminile, biologia/ storia, materia/spirito, individuo/società, ecc. – e la ricerca di nessi, che ci sono sempre stati tra un polo e l’altro, è stato rapidamente soppiantato dal magma indistinto dentro il quale nuotano oggi la cultura e la politica, e da cui emergono minacciosi, come la punta di un iceberg, sessismo, razzismo, forme barbariche di violenza, tentazioni demagogiche e autoritarie.
La strada indicata dal femminismo degli anni Settanta, come liberazione e ricerca di autonomia da modelli interiorizzati, è ancora lunga, e l’emancipazione delle donne così come in gran parte si presenta oggi – “emancipazione del femminile in quanto tale”- con tutti i suoi retaggi antichi, non l’ha resa sicuramente più percorribile.

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