Nota meridionale sui risultati elettorali

Nota meridionale sui risultati elettorali

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di Francesco Maria Pezzulli

In un articolo pubblicato poco dopo l’esordio del governo Renzi, scrivevamo che il giovane fiorentino sarebbe caduto sul Mezzogiorno per la spregiudicatezza, meglio la superficialità, con la quale il novello premier si approcciava alle questioni meridionali (1). Fu subito evidente, infatti, la continuità con le politiche clientelari storicamente protrattesi nel sud proprio nel momento in cui qualcosa di differente poteva essere tentato, se non altro per la debolezza espressa nell’ultimo decennio (e più) dalle reti locali di potere in termini di garanzia elettorale. Sarebbe bastata una attenta analisi delle precedenti tornate (dal momento che il territorio e le popolazioni sono perfetti sconosciuti) per notare come gli “amici degli amici” non erano più in grado di soddisfare il democratico bisogno di voti per il partito. Era già dunque tutto chiaro agli albori dell’ambizioso fiorentino che un sottosegretario al secolo ricordato come “il cinghiale”, poi dimessosi per uno scandalo, non serviva più a niente. Per non dire del recente “Progetto Sud” in procinto di sperperare a pioggia 1,5 miliardi di euro nella convinzione di trasformare migliaia di giovani meridionali in imprenditori (2).
Detto altrimenti, sperando di non annoiare i lettori, nonostante le reti locali di potere (politiche, economiche, sociali, che nel sud sono aggrovigliate) già da tempo avessero dimostrato una certa smagliatura nei loro compiti politici, ossia non fossero più in grado di coniugare gli interessi clientelari meridionali con quelli statali (di coesione sociale, stabilità elettorale e governo nazionale), le politiche sudiste del PD renziano non ne hanno tenuto minimamente conto (o non se ne sono neppure accorte), agendo meccanicamente con trasferimenti finanziari dai dubbi risultati, dai quali hanno tratto e stanno traendo vantaggio solo alcune consorterie del tutto incapaci di assecondare i bisogni territoriali minimi.
La debolezza di cui stiamo parlando non è venuta all’improvviso, ma è cresciuta pian piano di pari passo con i processi sovranazionali (l’Europa degli obiettivi 1, la finanziarizzazione economica, eccetera) che hanno investito il Mezzogiorno e, mutatis mutandis, il globo intero. Da un certo punto di vista sembrano passati secoli dall’intervento straordinario, quando la “Cassa” garantiva, in barba all’inflazione e al debito pubblico, le risorse necessarie per la riproduzione politico-clientelare. Ciò che è accaduto dagli anni ’90 ad oggi, invece, ha spinto le reti locali di potere ad essere più selettive costringendole a riorganizzarsi in tutta una serie di attività volte alla propria riproduzione.
Concludevamo cosi l’articolo citato in testa: «la rete è smagliata, la capacità di raccolta del consenso più che dimezzata. Da questo punto di vista il primo governo Renzi potrebbe assumere, nel mezzogiorno, le sembianze del governo restauratore, pronto ad offrire linfa e ossigeno alle reti clientelari che faticano a restare salde nei posti nevralgici della società meridionale». Il giovane fiorentino, che vantava una certa velocità d’azione (spesso azioni a casaccio, senza orientamento e direzione) avrebbe dovuto sapere che in un mondo cosi veloce la restaurazione è una impresa perdente. Come perdenti sono stati il suo governo, il suo partito e lui stesso una volta misuratosi con il voto popolare. Nessuno spin doctor riuscirà più a dargli lustro e, bruciato per sempre, verrà presto dimenticato dagli italiani, un po più tardi in quel di Firenze e nel paesino toscano che gli ha dato i natali.
Quel che più ci interessa del tramonto di Renzi, comunque, non è l’oblio al quale è destinato il giovanotto di Rignano sull’Arno, quanto piuttosto il fatto che sia stato decretato in buona parte dai meridionali che, accorsi alle urne, hanno scelto di sottrarsi alla consueta cattura elettorale e di sfiduciare i tradizionali poteri clientelari ai quali Renzi e i suoi hanno cercato stupidamente di ridare fiato. Ciò è avvenuto per diversi motivi: sfiducia o disprezzo verso i poteri locali e le reti clientelari di riferimento; speranza in un miglioramento individuale e familiare; fiducia in un cambiamento sociale possibile, eccetera.
Fatto sta che, mossi da parole d’ordine semplici e suggestive (come “onestà” e “reddito”) i meridionali hanno dato uno strappo significativo alla rete corruttiva che li ha imbrigliati per decenni.
L’incapacità e il vecchiume delle classi politiche locali è una delle cause, se non la principale, che sta alla base della fortuna del Movimento 5 Stelle nel Mezzogiorno, il quale è riuscito a fare il pieno del voto di protesta ed a incanalare il malcontento in una dimensione istituzionale. Anche ad una lettura superficiale dei dati elettorali salta immediatamente agli occhi che in tutte le regioni meridionali la formazione pentastellata ha superato il 40%, con punte del 49% in Sicilia e del 45% in Puglia, attestandosi invece sotto il 33% a livello nazionale. Restando al solo mezzogiorno, sia alla Camera dei Deputati che al Senato ha registrato circa 4,5 milioni di voti circa (alla Camera 1,5 milioni in più rispetto alle politiche del 2013, al Senato 2 milioni) ed in alcune regioni – Calabria, Campania, Puglia – ha raddoppiato all’incirca il numero di preferenze (3).
Nonostante l’enorme (e forse non casuale) confusione che il M5S esprime su alcune questioni determinanti (4) è incontestabile che oggi occupi un ruolo principe nella scena parlamentare italiana. Ambiguo quanto si vuole il partito di Di Maio è stato comunque scelto perché percepito come l’unico attore politico capace di agire il cambiamento, ed è in base ai cambiamenti effettivi che riuscirà a generare che verrà valutato dai suoi sostenitori ed elettori. Da questo punto di vista i votanti del 2018 impongono un passo in avanti ai partiti e al dibattito politico nel suo complesso, nel senso che sono stati scelti coloro i quali hanno costruito la loro immagine sulla discontinuità col passato e sulla differenza rispetto agli altri partiti: il nuovo che vuole seppellire il vecchio… e che se non darà prova di essere davvero nuovo, cominciando a balbettare su contingenze pessime ed eredità negative, verrà anch’esso seppellito da chi adesso lo ha eletto a speranza per il futuro.
Confesso che in un certo momento, durante la campagna elettorale del 2013, ho subito anch’io un po’ il fascino del M5S, meglio dire che ho avuto una particolare simpatia per questa strana creatura che, emersa prepotentemente, dava segni di forza popolare. Sarà stata la grande partecipazione di piazza durante i comizi, sarà stato il fatto che nella moltitudine di quelle piazze era evidente la presenza massiccia di giovani precari, di ceto medio impoverito, di persone di sinistra deluse, e sarà stato anche per qualche parola guerriera di Grillo (il vero animale politico dei M5S): sul capitalismo (e le sue miserie), sulla finanza (e il suo carattere parassitario), sul lavoro (e il suo sfruttamento), sui trattati europei (e la loro ridiscussione), eccetera.
Sarebbe stato bello se qualcuno dei suoi avesse preso sul serio queste parole, se le avesse sviluppate dal punto di vista teorico e tentato di declinarle nella pratica politica. Invece no, il silenzio o qualche minimo accenno hanno prevalso tra il gruppo dirigente. Si è cosi proceduto ambiguamente, alla stregua dei partiti d’opinione, cercando di tenere insieme cose contraddittorie pur di giungere intatti, per quanto possibile, dove sono ora giunti: all’apice del consenso politico, nell’anticamera del potere legislativo ed esecutivo. Ma proprio adesso, e proprio nelle agognate stanze, è bene col Sommo suggerire loro che essere contraddittori non porterà a nessuna assoluzione: «Assolver non si può chi non si pente / né pentere e volere insieme puossi / per la contraddizion che nol consente».
In questi giorni di attesa del governo che verrà le analisi su cosa possa accadere cominciano a rincorrersi. Nel caso in cui i grillini riusciranno a formare un nuovo governo, e a dar vita a quella che cominciano a definire terza repubblica, sapremo finalmente di che pasta sono fatti – sapremo anche quanto conoscono il Sud, come lo interpretano e quali capacità di governo politico siano in grado di esprimere. Vedremo in altri termini quanto siano affilate le cesoie che dicono di possedere e quanta voglia abbiano di usarle per ridurre in brandelli la rete corruttiva di cui sopra. Vedremo quanto sapranno affrontare i nodi locali di potere che, seppur perdenti, sono ancora aggrovigliati come nocivi parassiti nel tessuto vitale del sud. Se invece, come qualcuno già pensa, «nel suo avanzare il M5S tenderà a inglobare le cordate locali invece di scalzarle» (5), appena si daranno le condizioni propizie i meridionali ormai liberi da padrini e patroni faranno fare loro la fine del precedessore toscano.
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(1) http://commonware.org/index.php/neetwork/311-renzi-cinghiale-mezzogiorno
(2) Al miliardo circa stanziato per «io resto al sud» (la “restanza” nuova ideologia meridionalisticasi aggiungono 200 milioni per le Zone Economiche Speciali (leggi: favorire le delocalizzazioni al grido dell’attrattività, vero dogma neoliberale dello sviluppo economico). Completano il quadro 150 milioni “al sostegno amministrativo”; 40 milioni per le “politiche attive del lavoro” e 50 milioni per gli imprenditori agricoli, che godrebbero anche di una «banca delle terre incolte» con cui farsi carico della gestione privata delle terre comuni.
(3) Voti M5S alla Camera e al Senato alle elezioni politiche del 2018 in rapporto alle precedenti elezioni politiche del 2013 (Val. ass., %)

(4) A titolo esemplificativo e non esaustivo: sono un partito e si dicono movimento; parlano di democrazia diretta ma praticano quella digitale; predicano l’onestà e la legalità ma immaginano la rivoluzione; si dicono pronti al governo politico dell’Italia e immaginano che ciò corrisponda in toto con la governance della macchina statale; si indignano dinanzi alle condizioni d’esistenza dei poveri e contro lo strapotere della finanza ma non hanno e non si sforzano di avere una teoria del capitalismo; e cosi via…
(5) “Appunti sulle ultime elezioni politiche. (seconda parte) Destra, fascisti e governismo a 5 Stelle”, in marxpedia.org

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