PROSPETTIVE DI MOVIMENTO NEL CICLO REAZIONARIO

PROSPETTIVE DI MOVIMENTO NEL CICLO REAZIONARIO

260
0
CONDIVIDI

La tendenza globale al riassetto autoritario del neoliberismo, trova in Italia una declinazione anomala e singolare. Ripartire dalle specificità e dalle faglie interne che caratterizzano l’attuale ciclo reazionario, vuol dire rimettere al centro della discussione il rilancio di una politica autonoma di movimento

Fino a non molto tempo fa la categoria gramsciana di «interregno» sembrava capace di sintetizzare i tratti fondamentali della fase politica impostasi – quantomeno in Europa – a seguito dei movimenti sociali anti-austerità esplosi sull’onda della crisi del 2008. La potenza del ciclo occupy aveva investito diversi paesi, esprimendo un rifiuto di massa delle politiche neoliberali e l’esigenza di costruire un rapporto nuovo alla sfera pubblica, attraverso la riappropriazione diretta delle piazze, la pratica della democrazia dal basso e dell’autogestione di ampi spazi del tessuto metropolitano, oltre la dicotomia tra proprietà pubblica e privata. L’inflessibilità della governance europea rispetto a tali rivendicazioni apriva, allora, a uno scontro sul piano continentale, basato su rapporti di forza inediti e da verificare. Con Gramsci, appunto, appariva chiaro come in quella fase di «crisi organica» il «vecchio mondo» tentasse di soffocare in ogni modo la nascita del «nuovo». La transizione si declinava così come un terreno pieno di insidie e contraddizioni, ma ricco di possibilità e occasioni di rottura. Il tornante 2015-2016 rappresenta ancora le ambivalenze di quella fase. Fu infatti segnato tanto dalla capitolazione di Tsipras dopo la vittoria del referendum greco, dagli attacchi islamisti di Parigi e dal conseguente état d’urgence, quanto dallo sfondamento migrante delle frontiere della fortezza europea e dalla primavera francese di lotte «contro la loi travail e il suo mondo». In breve, a ogni violenza ordinatrice sembrava corrispondere l’apertura di una nuovo terreno di lotta, in un clima di trasformazione complessiva e di possibile apertura.

È per misurare la distanza che ci ha rapidamente separato da questo interregno che la formula «ciclo politico reazionario» è stata recentemente introdotta per definire la fase nella quale siamo entrati. Pur potendone simbolicamente identificare l’inizio con l’elezione di un suprematista bianco e stupratore come presidente degli USA, tale ciclo presenta dei caratteri non riducibili alla sfera dei governi e della politica parlamentare.

Prima di tutto, si tratta di un ciclo globale, che si distende, secondo forme e gradazioni diverse, dall’est all’ovest del pianeta. Dalla svolta personalistica e autoritaria del capitalismo cinese alla crisi dei socialismi estrattivi sudamericani, dal trumpismo all’avanzata delle nuove destre in Europa, si registra uno spostamento degli assi di governo verso la securizzazione, l’interesse economico delle maggioranze etniche, la sovranità nazionale e del suo correlato di confini e discipline. Si tratta allora di un ciclo reattivo, che struttura organicamente, a distanza di quasi un decennio, la risposta capitalista non tanto alla crisi economica, quanto alla crisi di sistema prodotta dalle lotte e dai movimenti moltitudinari che l’hanno seguita. A un’esplosione globale di mobilitazione segue una reazione altrettanto globale, che ripropone la tradizione, l’autorità, la supremazia razziale e il controllo pervasivo e militare dei territori come fattori di governo della crisi.

Il ciclo reazionario assume così un terzo aspetto: quello di una ristrutturazione ideologica e politica del neoliberalismo. Con la crisi va infatti in frantumi il sogno liberal, che intendeva tenere insieme precarizzazione del lavoro e relativo benessere dei ceti medi, smantellamento del welfare keynesiano e garanzie minime di riproduzione sociale della forza-lavoro, inserendo questi processi in un sistema elettorale bipolare capace di garantire stabilità istituzionale allo sviluppo capitalistico globale post ’89. La narrazione di un capitalismo flessibile, che assicurasse livelli di democrazia rappresentativa compatibili con la valorizzazione dei subprimes, implode di fronte all’emersione della sua violenza strutturale: il comando finanziario, l’indebitamento e la proliferazione di logiche dello sfruttamento proteiformi, oscillanti tra l’estrazione a distanza di valore dalla cooperazione sociale e il più brutale sfruttamento neo-tayloristico.

Il ciclo reazionario, in questo senso, si presenta come un nuovo equilibrio degli assetti di potere, come un restauro autoritario del progetto imperiale, scosso da una profonda crisi egemonica.

Esso insiste sulle identità regionali, sulle linee razziali piantate nel fattore di classe, sul controllo delle frontiere come mezzo di gestione del consenso interno e delle fluttuazioni della domanda di forza-lavoro impiegabile in forme semi-schiavistiche. Favorisce nel frattempo, a dispetto della sua retorica, la continuità dei profitti e delle rendite, l’estrazione di valore dalle vite e dai territori materiali e immateriali. Il ciclo reazionario rivela così la capacità recupero ideologico dell’impoverimento e della proletarizzazione da parte del progetto neoliberale. Razzismo di Stato, torsione sovranista e ossessione proprietaria sono i poli della ricostruzione dal basso del consenso che oggi si opera. Il malcontento e l’opposizione popolare sono in tal modo recuperate in un’ottica di stabilizzazione, proponendo un’ampia strategia di uscita a destra dall’interregno.

Le faglie della reazione

In questo contesto, proponiamo di leggere i risultati delle elezioni politiche italiane come una declinazione specifica e anomala del ciclo reazionario. Non ci interessa, allora, un’analisi complessiva dell’esito dello scorso 4 marzo, che avrebbe d’altronde poco da aggiungere a ciò che è già stato lucidamente scritto.[1] Ci interessa, piuttosto, analizzare i caratteri di tale anomalia, che mostrano come il ciclo reazionario sia tutt’altro che compatto e monolitico, bensì attraversato da fibrillazioni interne e riconfigurazioni ancora incompiute. Ci interessa, dunque, ragionare su di noi, sulle condizioni che, nella tendenza reazionaria italiana ed europea, possono alimentare una politica autonoma di movimento.

La straripante attestazione elettorale del M5S rappresenta un trionfo di contraddizioni che dovremo sforzarci di comprendere, per cogliere i tratti sfumati della composizione sociale in cui sono radicate e per ambire a raccogliere gli esiti di una loro esplosione a venire. Qui si concentrano infatti le faglie e gli elementi di potenziale rottura immanenti al ciclo reazionario. La formazione politica pentastellata ha saputo articolare, nella figura del «cittadino» impoverito e incazzato, domande materiali e ideologiche variegate: quella di integrale sostituzione del ceto politico e di liquidazione della partitocrazia, di amministrazione partecipata e trasparente delle istituzioni, di sostegno alle piccole imprese strozzate dalla concorrenza globale e quella di risposte reali alle condizioni di precarietà e disoccupazione dilagante. Assumendo buona parte delle parole d’ordine dei movimenti sociali anti-austerity degli anni precedenti, il M5S esplose dal nulla con il 25% alle elezioni politiche del febbraio 2013. Molta acqua è passata sotto i ponti nel lustro 2013-2018, ma il 32% ottenuto lo scorso 4 marzo conferma che il M5S capitalizza ancora quelle istanze, malgrado l’accelerazione governista degli ultimi mesi. La recente campagna elettorale ha visto Di Maio impegnato a tranquillizzare quotidianamente le istituzioni finanziare europee e le più importanti confederazioni nazionali di industriali e commercianti. I Cinque Stelle, emersi dalle spinte anti-sistemiche, mostrano oggi la dichiarata ambizione di farsi sistema, collocarsi al centro dell’asse politico, candidandosi al ruolo di garanti della governabilità in linea con le esigenze di integrazione europea.

Eppure, quell’alleanza tra precariato giovanile metropolitano, disoccupati, lavoro autonomo e ceti medi proletarizzati alla base dell’elettorato grillino – profondamente radicato nel Sud Italia, ma non meno rilevante nelle periferie delle metropoli del Nord (Torino e Milano su tutti) – continua a intravedere nel M5S una speranza di riscatto, o quantomeno di cambiamento dello status quo. Ai primi è promesso un reddito di cittadinanza che, per quanto distorto e lavorista, si traduce nell’immaginario di massa nell’opportunità di mantenersi, in attesa di un qualsiasi lavoro, senza dover scappare al Nord o all’estero abbandonando la propria terra e i propri affetti. Ai secondi, cresciuti durante gli anni ’90 della bolla finanziaria e dalla paranoia proprietaria, sono invece fornite insistentemente garanzie di sicurezza: difesa della piccola proprietà, tranquillità fiscale, lotta alla presunta invasione migrante.

Il nemico delle battaglie di cui il M5S si fa carico (precari, disoccupati, ceti medi impoveriti) non compare ormai più nel loro ordine discorsivo: non è più la casta parlamentare (è difficile sostenerlo quando si occupa il 32% degli scranni del parlamento e si governano la prima e la quarta metropoli del paese); non sono più le larghe intese, con Renzi e Berlusconi ridotti a una posizione marginale; non è più la Troika, né Confindustria né Confcommercio; non lo sono stati, negli ultimi mesi di campagna elettorale, nemmeno i migranti, rapidamente dimenticati dai dirigenti nazionali pentastellati dopo la campagna contro le Ong dell’estate scorsa. Se non esiste proposta politica di rottura che possa costituirsi senza una controparte definita, quest’ultima pare essere progressivamente scomparsa nel corso della svolta neocentrista di Di Maio e company. Intorno al M5S sembra oggi articolarsi, dunque, un progetto di pacificazione sociale, di neutralizzazione delle energie conflittuali di cui esso stesso si è alimentato e di cui continua a nutrirsi elettoralmente.

Non possiamo sapere quale formula di governo uscirà dal cilindro della stabilità internazionale. L’unica previsione su cui ci pare utile ragionare è quella secondo cui l’esigenza di stabilizzazione della governance europea trova il suo nuovo pilastro nel neocentrismo sui generis del M5S.

Come detto, assistiamo in tutta Europa a una connessione crescente tra neoliberalismo e autoritarismo, con la quale la governance di Bruxelles e Berlino tenta di ricostruire un’immagine nuovamente rassicurante in seguito ad une decennio di crisi e ristrutturazioni. Se le socialdemocrazie sono state, specialmente durante gli anni Novanta e nei primi Duemila, gli assi portanti del progetto neoliberale europeo, le nuove forze dell’«estremismo di centro» con tendenze reazionarie ne svolgono ora il ruolo di stampelle nel riassesto degli equilibri. Dalla nuova destra spagnola di Ciudadanos all’En Marche di Macron, passando per la riconferma delle larghe intese da parte di ciò che resta dei partiti socialisti europei, questa tendenza è evidente. Il M5S assume questa funzione secondo tratti, come detto, anomali e specifici, specialmente per la sua capacità di catturare l’ambivalenza della composizione sociale precaria, disoccupata e impoverita all’interno di un progetto di stabilizzazione reazionaria, sottraendola così ad altre ipotesi politiche e organizzative. In estrema sintesi, il M5S sembra oggi assumere l’aspetto di una bolla governamentale piena di tensioni e contraddizione interne, spesso gonfiata da bisogni e desideri di cambiamento. Servirebbe un po’ di vento per farla scoppiare.

Costruire forza

Le raffiche di vento arrivano certo all’improvviso, ma non nascono dal nulla. La congiuntura non arriverà come un evento, ma sarà frutto dei rapporti di forza che sapremo produrre con un lavoro di base, capace di valorizzare le lotte in corso e di produrne di nuove. I movimenti che potranno far esplodere le contraddizioni sopra menzionate e sottrarre le domande sociali al progetto di stabilizzazione reazionaria, non nasceranno certamente dal «tanto peggio tanto meglio», né dalla reclusione identitaria nei conflitti di settore, nei quali riprodurre stili di militanza settari e ortodossi.

Non abbiamo sentito, in questi anni, alcuna attrazione per le riformulazioni di «unità del sociale e del politico» che, all’infuori di alcune esperienze municipaliste, si sono di fatto ridotte all’ingresso di alcuni (ex) dirigenti delle realtà universitarie e sindacali nelle segreterie di partito con il sostegno delle reti associative loro prossime. L’impegno a «fare la sinistra che non c’è», al di là dell’autonomia del politico e del sociale, si è rovesciato nella separazione più netta dei due terreni. Non la sentono i nostri coetanei: gli studenti universitari, i giovani precari e disoccupati con cui trascorriamo le nostre giornate non avvertono alcuna esigenza della «sinistra da reinventare o da riscrivere», del «popolo da costruire». I risultati elettorali parlano più che chiaro. La nostra non è una posizione di “purismo” ideologico; non si tratta di rifiutare a priori la costruzione di rapporti di forza favorevoli anche attraversando le istituzioni esistenti: è come sempre questione di fasi e di occasioni che si aprono. Non esiste, in questa fase, lo spazio reale di un’alternativa politica “di sinistra” nella composizione sociale e nell’orizzonte di aspettative delle classi subalterne a cui essa vorrebbe rivolgersi. Né, d’altra parte, le pratiche dell’associazionismo culturale e dei segmenti sindacali categoriali che si propongono come luoghi di “trasmissione” verso le opzioni partitiche della sinistra italiana, sanno oggi comprendere e organizzare i tratti biopolitici, affettivi e diffusi dello sfruttamento del lavoro vivo e dell’intera sfera della soggettività.

Partiamo, allora, dalle nostre vite, riprendendo alcuni principi metodologici della conricerca militante, oggi giustamente al centro – non solo in Italia –  di un movimento di ritorno all’inchiesta.[2] Il rifiuto dell’esistente e il bisogno di alternativa non nascono – già pronti – nel cielo delle idee, delle convinzioni politiche individuali e predefinite. Al contrario: crescono faticosamente nei conflitti quotidiani che definiscono la trama della lotta di classe. Emergendo spontaneamente, i comportamenti anomali non esplicitano subito un’identità politica, ma tessono i legami di una «organizzazione invisibile»[3] e producono così, spesso in forma latente, le condizioni per la mobilitazione. Su queste basi, rivolgiamoci alla nostra esperienza, per cogliere le direttrici sulle quali costruire forza e contropoteri sociali.

I riders torinesi del food delivery – come quelli di altre città italiane ed europee –  al cui fianco ci siamo politicamente formati negli ultimi anni, ci hanno dato prova del significato concreto della perseveranza. Dalle prime, embrionali, forme di autorganizzazione alle richieste presentate per iscritto all’azienda;  dagli scioperi diffusi in città alla strategia del danno d’immagine, passando per il licenziamento politico subito dai fattorini più esposti nella mobilitazione, la lotta dentro le piattaforme è cresciuta passo a passo e giunge ora alla storica tappa del processo contro Foodora presso il Tribunale di Torino, in cui sarà conteso il riconoscimento della subordinazione del rapporto di lavoro e, dunque, dei diritti e delle tutele dei lavoratori. Nell’inverno della stabilizzazione reazionaria, le lotte sul terreno della riproduzione sociale, del welfare universale e contro ogni frontiera, la sindacalizzazione alternativa e la ricomposizione dei lavoratori precari e autonomi, la militanza di base e il radicamento territoriale degli spazi sociali autogestiti risultano alcune delle linee lungo le quali le esperienze dei soggetti sembrano eccedere l’ordine costituito. Non sappiamo dove queste ci potranno portare: l’errore da cui bisogna liberarsi è proprio quello di anteporre i propri progetti alle condizioni reali.

Ma, da materialisti, come insegnava Althusser vogliamo «prendere il treno in corsa» e sappiamo soltanto che ci servirà molta perseveranza per farle crescere, e per crescere insieme a loro.

In primo luogo, delle straordinarie maree femministe ci interessa il processo che abbiamo osservato a cavallo tra l’8 marzo dell’anno scorso e quello appena passato. Da un lato, la capacità di sovvertire l’ordine sociale dei generi con due giganteschi scioperi transazionali; dall’altro, la diffusione capillare di lotte dei segmenti riproduttivi e femminilizzati del lavoro vivo (cooperative di pulizie, assistenti socio-sanitarie, educatori ed educatrici a partita Iva). La mobilitazione deborda le piazze e si ramifica nei conflitti quotidiani: al rifiuto della delega sindacale si oppone la presa di parola diretta; le pratiche di solidarietà e autodifesa sul lavoro accompagnano la denuncia delle aggressioni machiste nella vita di tutti i giorni. Si tratta di passaggi significativi, poiché capaci di mantenere intrecciata la dimensione personale e quella sociale, di politicizzare le vite messe a valore e rivendicarne l’autodeterminazione. Sono esempi di una declinazione spontanea e autonoma del “sindacalismo sociale”, interpretato innanzitutto come autodifesa legale autorganizzata, mutuo soccorso e protagonismo diretto di lavoratrici e lavoratori, al fine di ricomporre condizioni e rivendicazioni comuni. Ciò che ci interessa è la loro funzione di termometro di esigenze assai diffuse nella società e di indicatori del radicamento autonomo del movimento dello sciopero rispetto alla ritualità delle date di mobilitazione. La costruzione quotidiana delle condizioni dello sciopero globale femminista emerge allora come un primo accumulatore di forza.

In secondo luogo, osserviamo che alle drammatiche condizioni cui sono condannati i migranti nel ciclo reazionario italiano (respingimenti militari ormai a ogni frontiera, arresti e invii negli hotspot, o “accoglienza” ufficiale iper-coercitiva) si accompagnano molteplici gesti di resistenza e autorganizzazione. L’accelerazione securitaria dell’ultimo anno, i recenti attentati razzisti e il complessivo spostamento del dibattito pubblico verso la xenofobia e l’identitarismo impongono dunque un massimo investimento su questo terreno. Malgrado le difficoltà incontrate dai tentativi – spesso paternalistici – di soggettivazione autonoma migrante, immergendosi nella quotidianità di queste lotte si scoprono i fili di un’organizzazione radicata e spesso invisibile, di cui la rete di solidarietà meticcia che lega la frontiera valsusina alla metropoli torinese è un caso esemplare. Si tratta di percorsi talvolta spontanei, di azione diretta, difficilmente inquadrabili nei moduli organizzativi classici. La sfida è quella di espanderli, massificarli, rivendicarli, al di fuori delle singole manifestazioni nazionali e frontaliere, sostenendoli pubblicamente fuori e dentro le metropoli e rompendo con ogni tendenza all’eterodirezione dei processi da parte dei nuclei militanti bianchi. La funzione di divisione razziale della forza-lavoro tipica del «dispositivo frontiera» non opera infatti solo ai confini nazionali, ma traccia linee di scomposizione, surplus di ricattabilità e di comando all’interno delle città. Stazioni, giardini pubblici e quartieri razzializzati rappresentano luoghi decisivi dell’intervento per un’accoglienza autogestita, fuori dalla retorica umanitaria e dal business delle cooperative impegnate nei circuiti dell’accoglienza istituzionale.

La costruzione di vertenze nei settori precari e frammentati del lavoro, come in quello delle finte partite Iva, e la ricomposizione di questi conflitti sul terreno del salario e del welfare, delinea poi un’ulteriore urgenza di controffensiva dal basso al ciclo reazionario. Veniamo, a Torino, da un percorso di costruzione di una camera del lavoro autonomo e precario, sorprendente per l’eco prodotto tra precari storici, intermittenti dello spettacolo, lavoratrici e lavoratori delle cooperative sociali e lavoratori autonomi. Intorno alle pratiche di assistenza legale e consulenza fiscale gratuita, alla costituzione di casse di resistenza e ai corsi di alfabetizzazione sindacale, assistiamo a fenomeni inediti di aggregazione del precariato sociale e di riconoscimento delle comuni condizioni di sfruttamento. Tale movimento di ricomposizione trova alcuni suoi nodi fondamentali nelle battaglie per la reinternalizzazione dei servizi pubblici locali oggi in appalto a cooperative aziendalizzate; nella denuncia del finto lavoro autonomo, dietro cui si nascondo prestazioni lavorative tipicamente subordinate, senza tutele e diritti; nella rivendicazione di un salario minimo dignitoso, al di sotto del quale non è accettabile lavorare.

I conflitti sul welfare possono costituire senz’altro un ulteriore terreno di ricomposizione, che spazi dal lavoro logistico al precariato della conoscenza. Come ripetiamo da anni, il reddito di base incondizionato, inteso come reddito primario, slegato da qualsiasi ricerca di lavoro, rappresenta la necessaria retribuzione della rete cooperativa di saperi, interazioni, affetti che costantemente alimentiamo, sussunta nelle piattaforme digitali, nella messa al lavoro cognitiva, nel terziario avanzato. Alla luce della proposta di reddito essenzialmente workfaristica del M5S, su questo terreno rileviamo una delle principali faglie della bolla governamentale da esso rappresentato. Insistere sull’incondizionalità e sull’universalità del reddito di base significa allora lavorare sulle domande di cambiamento che l’hanno riempita, favorirne il rigonfiamento e l’esplosione.

Infine, la militanza di base all’interno degli spazi sociali autogestiti e la costruzione di luoghi di autonomia nei territori si confermano come una feconda strategia di destabilizzazione del ciclo reazionario. Non si tratta solo di strumenti di aggregazione nei quartieri popolari e di oasi di resistenza alle forme di gentrificazione selvaggia o sedicente solidale. In questi luoghi sperimentiamo quotidianamente incontri e condivisioni di sapere, comportamenti e attitudini estranee alle gerarchie, alla concorrenza e alle asimmetrie di potere. Vi si favoriscono la libera socialità e la messa in gioco del sé: forme di cooperazione che, oltre ogni retorica, sottraggono terreno alla logica della prestazione lavorativa concorrenziale. Quando non vi è bisogno di una tessera o di una banconota per incontrarsi e divertirsi, quando viene incentivato il contributo e l’arricchimento che ciascuno, con le più variegate proposte, può portare in prima persona allo spazio, il livello micropolitico della vita in comune che sperimentiamo nei nostri spazi pone le condizioni per politicizzare i bisogni, le attitudini e desideri più elementari. Malgrado la sua insufficienza, non vi è luogo più adeguato in cui praticare la conricerca che la composizione eterogenea di uno spazio sociale aperto a esigenze, proposte e inclinazioni soggettive del precariato metropolitano. È questa allora una delle declinazioni possibili della proposta di costruire delle «istituzioni autonome del lavoro vivo». A partire dalla soggettivazione politica nell’esperienza quotidiana, in cui il vissuto di riconoscimento e cooperazione diviene spazio di coordinamento delle lotte, si sviluppa l’immaginazione di istituzioni anticapitaliste, orizzontali e non sovrane, di cui abbiamo, nel ciclo globale reazionario, più che mai bisogno.

 

[1]   Sul voto al sud: http://effimera.org/nota-meridionale-margine-dei-risultati-elettorali-francesco-maria-pezzulli/. Sulla più generale composizione sociale del voto: https://www.dinamopress.it/news/le-vittime-del-4-marzo/.

[2]   Come testimoniato dalla nascita di riviste e piattaforme che rilanciano il progetto di un’inchiesta militante che adotti il «punto di vista» della composizione di classe. In lingua inglese:  http://www.notesfrombelow.org/ e https://www.viewpointmag.com/. In francese: http://www.platenqmil.com/.

[3]   R. Alquati, Lotte alla FIAT, in R. Alquati, Sulla FIAT e altri scritti, Feltrinelli, Milano, 1975, pp. 185-197.

 

CONDIVIDI

NESSUN COMMENTO

LASCIA UN COMMENTO