IL MARE NON HA MURI. Il «Fatto quotidiano» NON E’ D’ACCORDO.

IL MARE NON HA MURI. Il «Fatto quotidiano» NON E’ D’ACCORDO.

210
0
CONDIVIDI

Pubblicato il 22 marzo 2018

E quindi, grazie a sofisticatissime tecnologie israeliane e a rivelazioni segretissime dei Servizi, veniamo a sapere che quando partono i gommoni con i migranti dalla Libia, lì davanti in mare ci sono le navi delle Ong. Perbacco. Certo, si affretta a dire «Il Fatto», quasi rammaricandosene, è difficile documentare tutto questo in un processo e non sappiamo neppure se questo materiale di indagine è utilizzabile, e sotto il profilo diplomatico e sotto quello giuridico, visto che si tratta di “prove” acquisite su un territorio straniero in maniera, diciamo così, un po’ estemporanea. Però, i magistrati che hanno ipotizzato un asse tra volontari delle Ong – per carità, per motivi umanitari – e gli scafisti ci avevano visto giusto: le Ong sono quanto meno gli “utili idioti” degli scafisti, i quali intanto risparmiano in nafta. Che poi sia da configurarsi il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, come ipotizza la procura di Catania, beh questo è un altro paio di maniche. L’unica cosa sicura è che la Libia vuole attrezzature e denari e che i trafficanti libici a cui sono state versate cospicue somme di denaro per rallentare gli sbarchi ne vogliono ancora di più. Per intanto, i migranti che vengono bloccati sono tenuti in condizioni che già definire disumane è un eufemismo.
Intanto, Eurostat, l’istituto di statistica dell’Unione europea, dice che il numero degli immigrati che fanno domanda di asilo politico nella Ue è sceso nel 2017 a 650.000, rispetto al milione e 206.000 del 2016. Dunque, in un anno si è registrato un calo di quasi la metà delle domande. Il che significa che c’è stato un calo di quasi la metà di sbarchi e di arrivi.
Eurostat dice pure che questo numero qua di 650.000 richieste di asilo fa tornare le statistiche ai livelli del 1992, anno della prima ondata, che all’epoca provenivano dallo smembramento della ex Jugoslavia. Attualmente, a chiedere protezione umanitaria sono soprattutto siriani (102.000 domande), iracheni (47.500) e afghani (43.000) . Il che significa pure che le guerre non finiscono mai e si spostano sempre.
In proporzione alla popolazione residente, il flusso maggiore del 2017 è diretto verso la Grecia. D’altronde, per arrivare dalla Turchia all’isola di Lesbo c’è un braccio di mare di pochi chilometri, per arrivare dalla Tunisia a Lampedusa ci sono trecento chilometri.
Eppure, la percezione che noi abbiamo della quantità di immigrazione è di una dinamica in continuo aumento. Nei venticinque anni cui fanno riferimento queste statistiche siamo passati nella chiacchiera pubblica dalla “crisi umanitaria” alla “invasione inarrestabile”.
Le leggi del mare parlano chiaro. La Convenzione di Montego Bay (conosciuta anche come UNCLOS, Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, firmata nel 1982), la Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare (SOLAS), la Convenzione internazionale sulla ricerca e il soccorso in mare (SAR) non lasciano margini a dubbi: «Il comandante di una nave in navigazione che riceve un segnale da qualsiasi provenienza indicante che una nave o un aereo o loro natanti superstiti si trovano in pericolo, è obbligato a recarsi a tutta velocità all’assistenza delle persone in pericolo», così la SOLAS. E la UNCLOS: «Ogni Stato deve esigere che il comandante di una nave che batte la sua bandiera, nella misura in cui gli sia possibile adempiere senza mettere a repentaglio la nave, l’equipaggio o i passeggeri: a) presti soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo; b) proceda quanto più velocemente è possibile al soccorso delle persone in pericolo, se viene a conoscenza del loro bisogno di aiuto, nella misura in cui si può ragionevolmente aspettare da lui tale iniziativa».
Le leggi del mare sono pignole, e lo si può capire, è difficile mettere paletti e tirare fili spinati e alzare muri sulle acque. Però è perché sono pignole che si possono definire con precisione alcuni concetti fondamentali, a cominciare dai limiti marittimi che si estendono a partire dalla costa. Così, abbiamo le acque territoriali (fino a 12 miglia), la zona continua (altre 12 miglia), la zona economica esclusiva (200 miglia), e da lì cominciano le acque internazionali. Le acque territoriali sono quella parte di mare su cui lo Stato esercita la propria sovranità territoriale in modo del tutto analogo al territorio corrispondente alla terraferma. Poi, ci sono le altre 12 miglia della zona contigua, che però non tutti gli Stati applicano. A differenza delle acque territoriali, la Zona contigua non fornisce diritti sovrani allo stato costiero, ma solo diritti di controllo sulle navi in transito, tesi a prevenire o reprimere infrazioni alle sue leggi doganali, fiscali, sanitarie o di immigrazione. Poi c’è la zona economica esclusiva, in cui uno Stato costiero ha diritti sovrani per la gestione delle risorse naturali, giurisdizione in materia di installazione e uso di strutture artificiali o fisse, ricerca scientifica, protezione e conservazione dell’ambiente marino. Comunque, anche nella fascia più vicina alla costa, quella delle cosiddette “acque territoriali”, esiste un diritto di passaggio inoffensivo da parte delle navi straniere, «sia per traversarlo, sia per entrare nelle acque interne, sia per prendere il largo provenendo da queste, e purché il passaggio sia “continuo e rapido”. Il passaggio è considerato inoffensivo “finché non reca pregiudizio alla pace, al buon ordine o alla sicurezza dello Stato costiero”», così dice il diritto internazionale.
Ora, è difficile pensare che l’intervento delle navi delle Ong, in ogni caso mai accaduto in acque territoriali, che girano nel Mediterraneo per salvare vite umane possa considerarsi un pregiudizio alla pace, per dire, della Libia, dove una forma di guerra “a bassa intensità” – se così si può dire – dura fin dalla caduta di Gheddafi. Ma è abbastanza difficile anche sostenere che «il buon ordine e la sicurezza» dell’Italia vengano minacciati dalle Ong e dai loro salvataggi in mare. Eppure, è proprio questo il filo di ragionamento – se così si può dire – che seguiva il procuratore di Catania, Zuccaro, che ha emesso l’avviso di garanzia ai responsabili della ong Open Arms per la nave Proactiva sequestrata nel porto di Pozzallo pochi giorni fa, ipotizzando il reato di associazione per delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina. E che un anno fa, quando cominciò il polverone sugli accordi e il rapporto tra finanziamenti occulti di scafisti e le organizzazioni umanitarie nel Mediterraneo, in un’intervista radiofonica disse: «Si perseguono da parte di alcune Ong finalità diverse: destabilizzare l’economia italiana per trarne dei vantaggi».
Poi, al Senato Zuccaro parlò da “privato cittadino” e rabberciò le sue parole. Però, insiste. E trova eco – a parte nel «Fatto Quotidiano» – in quelle politiche e in quei partiti che hanno fatto dell’immigrazione la loro “carta vincente”.
Nicotera, 21 marzo 2018
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 22 marzo 2018.

CONDIVIDI

NESSUN COMMENTO

LASCIA UN COMMENTO