LE CITTA’ ALL’OPERA

LE CITTA’ ALL’OPERA

282
0
CONDIVIDI
di Franca Fortunato

Le città all’opera. Esperienze, saperi, pratiche è il titolo del convegno organizzato dalle Città Vicine e dall’Associazione AdaTeoriaFemminista di Napoli che sabato e domenica 24 e 25 febbraio 2018 nelle sedi Bene/Comune di Santa Fede Liberata e della Casa delle donne di Napoli ha visto donne e uomini, più donne che uomini provenienti da molte città, raccontare della trasformazione in atto del mondo e di quella Europa di cui le Città Vicine parlano nel libro L’Europa delle Città Vicine (a cura di Loredana Aldegheri, Mirella Clausi, Anna Di Salvo, Mag Verona 2017), che raccoglie gli atti del convegno del 2016 a Roma alla Casa Internazionale delle donne.«Da quel convegno a oggi – ha affermato Anna Di Salvo – sulla scena geopolitica europea sono avvenuti notevoli passi indietro e si registra un senso di impotenza di fronte al rafforzarsi delle scelte nazional-popolari e delle posizioni xenofobe che dilagano in molti stati d’Europa compresa l’Italia, soprattutto dopo i “fatti di Macerata”.» Questioni enormi di cui il convegno e le stesse Città Vicine – come ha ricordato Clara Jourdan al termine dei due giorni – sono un modo per affrontarle puntando sulle città, a partire da quelle che abitiamo, in quanto la vicinanza tra città è l’elemento “fondativo” del cambiamento che vogliamo. Nel corso del convegno infatti si è resa visibile l’opera di trasformazione del mondo a partire dall’impegno di donne e uomini di tante città e di luoghi, dove – secondo Stefania Tarantino – «bisogna esserci, starci con il proprio corpo, le proprie pratiche perché oggi non si può più fare a meno della pratica politica delle donne».

A Barcellona la trasformazione dell’Europa è in atto grazie alla politica della sua sindaca Ada Colau, di cui ha parlato Elisa Varela del Centro di ricerca della differenza sessuale Duoda dell’Università di Barcellona: «La sindaca sta portando avanti moltissime iniziative che rendono la città più vivibile, più abitabile, curata, vicina all’esperienza di vita di ogni giorno. Iniziative non generiche ma che tengono in conto i corpi reali di donne, uomini, bambine/i che abitano nei quartieri: spazi-gioco che tengono in conto l’età, moltiplicazione di spazi per anziani con palestre gratuite, blocco dei fitti e della speculazione edilizia, sostegno alle piccole botteghe del commercio perché non si spostino nei centri commerciali a danno di tante persone anziane, liberazione di costruzioni antiche occupate dalla mafia russa autorizzando gruppi di giovani a occuparle, apertura delle scuole anche in estate là dove ci sono bisogni materiali di bimbe/i, azioni contro l’inquinamento per i bimbi e le bimbe che patiscono problemi respiratori». Un agire in relazione con gli/le abitanti, che si estende nella costruzione di nuovi legami con altre città come Napoli, Madrid e Parigi, “città ribelli”, anche nella ricerca di mediazioni per la soluzione della questione della Catalogna dove «non abbiamo un governo. Siamo governati da Madrid perché le forze indipendentiste non si mettono d’accordo». Insomma, Barcellona agisce per il cambiamento dell’Europa governata dalla finanza e dalla speculazione, dagli interessi economici delle grandi multinazionali e delle banche.
Di una diversa economia ha parlato Gemma Albanese della MAG di Verona, che finanzia con il microcredito imprese che agiscono tenendo presente il principio dell’economia circolare che mette insieme vita e lavoro, che dà valore a beni non monetizzabili, come la competenza e il tempo, e che fanno attività che mettono in circolo beni scartati o sottoutilizzati.
In Medio Oriente, la trasformazione del mondo si chiama «rivoluzione delle donne curde» di cui ha parlato Rojin rappresentante UIKI (ufficio informazioni Kurdistan in Italia), che ha raccontato come alla costruzione di un sistema di «autonomia democratica dal basso» condiviso da donne e uomini, si affianca un lavoro delle donne «per la trasformazione della mentalità patriarcale, mediante accademie, studi, centri culturali. La forza delle donne, l’amore verso la libertà porterà a una società di amore reciproco fra le città».
In Calabria un modo nuovo e praticabile dell’accoglienza viene dal piccolo borgo di Riace e dal suo sindaco Domenico Lucano, di cui ha parlato Giusy Milazzo: al Riacefestival da due anni le Città Vicine, con la mediazione di Chiara Sasso della rete dei Comuni Solidali e di Alfonso Di Stefano della Rete antirazzista che a Catania, dove ha luogo la sede di “Frontex” per il respingimento dei/delle migranti, lavora insieme alla Città Felice per un’altra visione accogliente di città, hanno portato la loro politica, prima con la mostra itinerante Lampedusa porta della vita e nel 2017 con il libro L’ Europa delle Città Vicine. A Riace – ha raccontato Franca Fortunato di Catanzaro – in questo momento si sta consumando un conflitto politico aperto dalla Prefettura di Reggio Calabria e dal ministero degli Interni contro l’agire del sindaco, a cui è arrivato un avviso di garanzia per aver agito fuori dai regolamenti e burocrazie che normano l’accoglienza nei progetti Sprar. Un modello molto importante, quello di Riace, che però – secondo Fortunato – rischia di essere interpretato nella forma della “democrazia neutra” anche perché il sindaco non nomina le donne che lo hanno aiutato e sostenuto nella sua realizzazione.
La visione emergenziale dell’immigrazione ha prodotto i Centri di accoglienza sparsi sul territorio nazionale, dentro cui non agisce una protezione concreta delle donne – come ha raccontato Jasmine Accardo dell’organizzazione nazionale “Lasciateci Entrare” – che subiscono violenza e vengono prostituite. «Non esiste sinora una rete femminile efficace che aiuti queste donne a liberarsi dai sensi di colpa e dell’idea profondamente radicata dentro di sé di non poter fare nient’altro che le prostitute, e costruisca una possibilità di lavoro per chi esce dalla tratta».
Agire in città vuol dire anche trovarsi nella necessità di rapportarsi a movimenti in cui c’è molta presenza di uomini e ci si ritrova a fare i conti con logiche politiche, visibilità e linguaggi di carattere maschile che non corrispondono alle donne – come è accaduto a Maria Castiglioni e al suo gruppo delle Giardiniere di Milano che da anni lavorano con una pratica politica “singolare” per salvaguardare, tutelare, rigenerare una grande area militare dismessa su cui il Comune punta a costruire 4.000 alloggi. L’arrivo degli uomini – ha raccontato – è avvenuto con la creazione di un coordinamento con Comitati e Associazioni, nati in difesa dell’area dismessa: «Noi siamo qui da sei anni, questi sono arrivati da 30 giorni e hanno già la scaletta pronta con il loro linguaggio». Come riuscire a essere presenti a se stesse in queste realtà miste? Per la Castiglioni è importante non automoderarsi, non lasciare la scena «non per protagonismo ma per non mettersi in disparte» e creare nei giochi relazionali con gli uomini quella che Loredana Aldegheri chiama “autorità sociale femminile”.
Questione ripresa dalle donne di Napoli e da Gisella Modica di Palermo a proposito dell’esserci nei “luoghi liberati”, luoghi abbandonati da tanto tempo, “Beni Comuni” dove, in mancanza di un’elaborazione del simbolico, si finisce sempre, anche da parte di donne, per spostarsi sulla “questione sociale”, sul bisogno, il diritto, il servizio, più che stare nella politica di relazione, del desiderio e dell’esserci in presenza. Come tenere presente quella che Gisella Modica ha chiamato la “spiralità” continua tra questione sociale e rilancio del simbolico? A Napoli, alla Casa delle donne e a Santa Fede Liberata/Bene comune – come ha raccontato Nadia Nappo – questo equilibrio è dato dal lavoro continuo di elaborazione del simbolico. Che cos’è che rende Bene Comune uno spazio liberato? E’ la condivisione del desiderio di esserci con il gruppo che lo abita e se ne prende cura, è l’agire la politica delle relazioni in presenza, qui e ora, il voler bene a quel luogo. Concetti altri dall’idea di Bene Comune come diritto riconosciuto per legge, come ha fatto il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, intervenuto al convegno, che comunicando anche da parte sua l’adesione alle Città Vicine di Napoli, città ribelle, ha rivendicato la sua azione di “riconoscimento giuridico” dei luoghi liberati come Beni Comuni. Secondo Nadia Nappo, tutti i luoghi Beni Comuni, compresa la Casa delle donne che al momento non c’è nelle delibere del sindaco, devono entrare nel patrimonio del Comune perché «non basta una delibera, che un altro sindaco può abolire e dire che quello è uno spazio pubblico e non un Bene Comune che appartiene alla collettività che se ne prende cura, e una collettività non la puoi vendere».
Mantenere la “spiralità” tra questione sociale e politica del simbolico ha a che fare anche con il rapporto tra il linguaggio della differenza e quello dei diritti, della parità. Un esercizio che si presenta anche tra donne – come ha raccontato Tristana Dini – e che crea “difficoltà a farsi capire”, ha aggiunto Daniela Dioguardi. Un linguaggio che supera quella spiralità è il linguaggio dell’arte quando – come ha mostrato Katia Ricci – si fa linguaggio politico, racconto di pratiche, saperi e azioni.
Molte le questioni lasciate aperte e su cui dovrà continuare la riflessione, il dialogo e il confronto che Anna Di Salvo ha proposto di fare in un incontro da organizzare nella prossima estate.
(21 marzo 2018)

 

 


 

CONDIVIDI

NESSUN COMMENTO

LASCIA UN COMMENTO