Come si costruisce un movimento che rivendica il reddito?

Come si costruisce un movimento che rivendica il reddito?

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Mai come ora il reddito di base è al centro del dibattito politico. Persino i think thank della borghesia e di Confindustria con qualche pudore sono costretti a confessarlo. Tutta la stampa, con un incomprensibile stupore scopre che il problema è la continuità del reddito, la povertà, il lavoro povero, l’assenza di lavoro. Peccato che fino a prima delle elezioni giuravano il contrario: la crisi è finita, andate in pace. Il M5S ha vinto anche grazie alla proposta sul reddito, ed i più consapevoli aggiungono che la loro proposta non è priva di pericoli. Non si tratta di un reddito di cittadinanza, ma di un dispositivo di workfare, che come nella migliore tradizione neoliberale condiziona l’erogazione monetaria all’accettazione di una proposta di lavoro, per lo più povero. Certo che è vero tutto questo. Così come è altrettanto vero che, indipendentemente dalla loro proposta, questa occasione va politicamente sfruttata. Si, ma come? Come si costruisce in questo momento un movimento sul reddito universale e incondizionato?
Forse vale la pena raccontare una vecchia storia che mi ha visto testimone. Una storia fatta di lotte di massa e di vittorie. Una storia di poveri, che facendo a pezzi la dannata morale della colpa, si sono imposti sulla scena per la loro “forza” e la loro grande capacità organizzativa. Una storia che merita di essere riportata alla luce, per imparare a lottare meglio anche oggi, in questo ciclo reazionario.

Daniel Blake in America
All’inizio degli anni Sessanta si assisté ad un consistente fenomeno di migrazione dei neri poveri del sud verso le grandi città del nord, come conseguenza del processo di espulsione dall’agricoltura e dell’affermazione della produzione industriale. Arrivati nelle città del nord non trovarono un’adeguata domanda di lavoro. La prima conseguenza si ebbe sul piano urbano e sociale. I ghetti neri delle grandi città, già evidentemente caratterizzati da una forte concentrazione di disoccupazione e povertà, finirono per estendersi in modo assai consistente e contemporaneamente si ebbe un progressivo peggioramento delle condizioni di vita. Nei ghetti urbani del nord, la disoccupazione raggiunse livelli prossimi a quelli della Grande Depressione. In un distretto censuario di Chicago, completamente abitato da neri, la disoccupazione raggiunse il 41% nel 1960, mentre in alcuni distretti neri di Los Angeles e Baltimora, i tassi variavano dal 24% al 36% nello stesso anno[1].


All’inizio degli anni Sessanta, a fronte di questi dati, la percentuale di persone che domandavano assistenza sociale era ancora relativamente bassa, a ciò si aggiunse che nel 1960 vennero respinte circa la metà delle richieste che arrivarono agli uffici[2]. In questo periodo l’etica della fiducia in sé stessi e lo stigma della povertà rappresentavano efficacissimi dispositivi di controllo. Nel 1960 il sistema welfaristico americano non prevedeva efficaci interventi federali di contrasto alla povertà. Era semmai ancora in vigore l’Aid to Families with Dependent Children, istituita nel 1935 ed applicata proceduralmente in tutti gli Stati solo nel 1940. La misura era finanziata solo in parte dal governo federale e ricadeva principalmente sui bilanci degli Stati e delle città.
Due fattori contribuiranno a modificare il quadro. L’economia americana stava complessivamente sperimentando una fase di crescita. Nel 1960 l’economia cresceva ad un tasso del 2,6%, mentre tra il 1964-69 il tasso medio si attestò intono al 5% circa. In sostanza i ghetti neri andavano ingrossandosi proprio mentre l’industria dell’auto trainava l’economia. Il secondo fattore fu proprio l’emergenza della povertà come problema politico nazionale. J. F. Kennedy, a detta dello stesso sfidante repubblicano Nixon, vinse le elezioni presidenziali del 1960 invocando ripetutamente una “campagna economica contro la povertà”. Una volta eletto, promosse un’iniziativa legislativa presso il Congresso, proponendo di allungare la durata dell’indennità di disoccupazione, estendere i sussidi ai figli di operai disoccupati, sviluppare le aree povere, elevare il salario minimo, incoraggiare i pensionamenti anticipati.
La combinazione tra la mancata distribuzione sociale degli effetti della crescita e l’intento riformista del nuovo governo, funzionarono da detonatore della protesta nera di massa. Colpisce il parallelismo con gli anni della Grande Depressione, quando Roosevelt, allo scopo di ammodernare il capitalismo americano «non trovò di meglio che far vincere gli operai»[3], concedendo alcune richieste, e gli operai, ringraziarono elegantemente aprendo uno straordinario ciclo di lotte di fabbrica.
Tra il 1962 e 1963 le lotte sui diritti civili e politici (diritto di voto, la libertà di movimento per i neri, ecc…), si trasformarono progressivamente in lotte economiche, con al centro rivendicazioni sul welfare. I movimenti dei neri iniziarono a sottolineare non più (o non solo) la loro condizione di «minoranza razziale oppressa in una società bianca, ma anche in quanto poveri in una società affluente»[4].
Dopo l’omicidio di Kennedy nel 1963, Lyndon B. Johnson lo sostituì, e non abbandonò il programma di contrasto alla povertà, anzi per alcuni versi produsse un allargamento. Nel 1964 il nuovo presidente propose al Congresso l’Economic Opportunities Bill, che al di là dell’impegno e della retorica impressa contro la povertà, finì in sostanza per espandere parzialmente i programmi promulgati su piccola scala nell’era kennediana. Ci fu però una novità, non irrilevante, per la crescita della domanda di assistenza e per lo sviluppo di quello che poi diventerà il “movimento politico per l’assistenza”. Le nuove disposizioni normative introdussero la possibilità di finanziare gruppi locali che organizzassero la domanda di assistenza: «Ciò perché si era stabilito di consentire che alcuni fondi provenienti da quei programmi giungessero direttamente nei quartieri dei ghetti, forma di assistenza e protezione federali dirette a gruppi di minoranza. E i politici federali incoraggiavano i gruppi del ghetto ad usare quei fondi per creare organizzazioni che premessero per i loro interessi, specie nel campo dei servizi e delle politiche municipali»[5].
Tra il 1964 e il 1968 ne seguì un’ondata di rivolte in molte città, dove persero la vita diverse decine di persone, da Milwaukee a Detroit, da Philadelphia a Providence, da Portland a New York, da San Francisco a Los Angeles, tutte e due le coste statunitensi furono accese dai conflitti dei neri, che rivendicano apertamente un “diritto al welfare”. La forte pressione sociale finì per condizionare vistosamente il comportamento degli stessi operatori dei servizi del welfare, che contribuirono a far saltare le procedure, ad interpretare le norme in modo estensivo, ad estendere le misure a quanti più soggetti richiedenti, contribuendo ad aumentare in modo vistoso le liste dei percettori: «Dato il livello di forza, in quel momento, della protesta di massa e l’atteggiamento conciliante del governo, il personale in servizio nei programmi della Grande Società non aveva altra scelta che assumere un atteggiamento più militante se voleva soddisfare la propria base. Così esso smise di negoziare con le controparti nelle agenzie locali (sistema scolastico; autorità proposte al rinnovo urbano; dipartimenti del welfare): pretese risposte favorevoli ai propri clienti.»[6].
Fu in questo contesto che si affermarono le condizioni per la nascita del National Welfare Rights Organization (NWRO), un’organizzazione nazionale dei movimenti neri per il “diritto al welfare”, che aveva un duplice scopo. Innanzitutto, quello di scommettere sulla “crisi fiscale” delle città, organizzando attraverso campagne e marcie, la “domanda di assistenza”, in maniera tale da premere sui bilanci delle città (e degli stati), costringendoli a chiedere al governo federale l’universalizzazione della misura del reddito di base per i poveri. Secondariamente, l’organizzazione nazionale sarebbe dovuta servire per gestire su un’adeguata scala, le possibili contro-reazioni messe in campo dal governo federale.
Il movimento dei neri e il NWRO ottennero enormi risultati fino a che non si manifestò, verso la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, una complessiva crisi, dovuta, da un lato, a un processo di burocratizzazione del NWRO e, dall’altro, al riflusso delle lotte dei neri. La crisi del NWRO coincise, come noto, con il passaggio di mano capitalistica e l’affermazione della svolta neoliberale sul piano globale.

Quando il repubblicano Nixon vinse le elezioni nel 1968 promosse immediatamente una contro-rivoluzione anche sul terreno del welfare. Il suo obiettivo principale fu quello di arrestare la crescita delle liste di percettori. Così agì dapprima tagliando il flusso di risorse rivolte alle organizzazioni del ghetto, allo scopo di contrastare la politicizzazione della “domanda di assistenza”. In secondo luogo, pose sotto assedio l’Office of Economic Opportunities, ed uno de passi decisivi fu quello di introdurre un sistema di sostanziose penalità finanziarie rivolte agli stati allo scopo di tenere sotto controllo la spesa per assistenza. In questo stesso periodo, in California e nello stato di New York, rispettivamente il governatore Reagan e Rockefeller, avviarono una campagna contro il welfare, a cui si aggiunse quella del dipartimento del welfare del Nevada, centrata contro “gli imbroglioni del welfare”. Il clima era fortemente mutato e se una volta gli operatori del welfare rivolgevano la loro attenzione alle turbolenze di piazza, ora le rivolgevano ai crescenti segnali restrittivi sul piano finanziario e procedurale.
Se la decisione dell’inconvertibilità del dollaro in oro, del 15 agosto 1971, viene considerata uno dei punti di avvio della svolta neoliberale, c’è almeno un’altra data che anticipa questo nuovo corso sul terreno delle trasformazioni del welfare state. In un messaggio radio, l’8 agosto 1969 (il neoliberismo pare aver amato l’estate), Nixon annuncia una serie di proposte di riorganizzazione del welfare, imperniate intorno al Family Assistance Plan (la famiglia viene riportata al centro, in luogo della persona povera), prospettando il definito superamento delle riforme di Kennedy e di Johnson. È la prima volta che le misure di assistenza ai poveri vengono agganciate alla condizionalità del lavoro, al dovere dei poveri di impegnarsi nella ricerca del lavoro. Sta, così, nascendo il workfare. La povertà, non è più una conseguenza del capitalismo, torna ad essere una colpa dei poveri.

Impariamo a lottare, reclamiamo reddito!
Uno degli aspetti più straordinari di questa lotta è quello di essere riusciti a stabilire uno stile, un immaginario ed un ritmo di vertenza sul welfare: un modello di organizzazione politica di base espansivo in grado di far saltare per aria i limiti e la ristrettezza del welfare imposto dall’alto.
Questi movimenti furono in grado di sfruttare a loro vantaggio la ripresa economica e principalmente le aspettative non soddisfatte delle classi sociali subalterne. Ebbero la capacità di farsi leva sul mutato quadro politico, forzando i limiti delle misure welfaristiche introdotte dai governi democratici di Kennedy e di Johnson. Last but not the least, la cosa fenomenale fu proprio che furono i neri delle metropoli americane ad essere i protagonisti di questa lotta.
La storia non si ripete, ma dalla storia si impara. Di sicuro si può imparare a lottare. Noi non sappiamo ancora quale sarà l’equilibrio di governo che si raggiungerà dalle nostre parti, potrebbero volerci mesi. Sappiamo però di reddito di base se ne parla nei bar e nei salotti buoni. Ha smesso di essere una proposta scandalosa ed irritante. Sappiamo anche che mentre l’establishment non parla più di stagnazione secolare, di crisi infinita, facendo finta che è tutto alle spalle, proprio nel mentre fa così, i tassi di povertà continuano a crescere, i giovani continuano a scappare via dal paese, continuiamo ad essere sfruttati più che mai.
Se provassimo anche noi, qui, ad organizzare un movimento della domanda di reddito? Se cominciassimo adesso? Se centinaia di persone si presentassero ai municipi, ai CAF, agli sportelli dell’INPS, alle porte dei Centri per l’Impiego a rivendicare un reddito di base, a denunciare i limiti delle misure e a gridare la vergona dei dispositivi di condizionalità? Se il gesto spontaneo e individuale dei poveri recatisi ai CAF si trasformasse in una condotta collettiva e organizzata? Di certo ci sarebbe da ridere!
Nel mentre si discute della proposta del M5S, impropriamente definita “reddito di cittadinanza”, è altrettanto evidente che il REI è la più meschina misura di workfare che un governo potesse pensare, non si offendano i fautori della santa Alleanza contro la Povertà. I requisiti per l’accesso sono strettissimi e per fortuna, data la debolezza dell’organizzazione istituzionale, i dispositivi di condizionalità non possono al momento neppure essere applicati, soprattutto a causa della mancanza di personale nei Centri per l’impiego. È inutile dire che non ci sarà neppure alcun miglioramento al REI, come illustri sociologi invece si affrettano a dichiarare, discutendo delle affinità di tale provvedimento con la proposta del M5S. Se per un istante mettiamo da parte i dispositivi di condizionalità, resta il fatto che si tratta di misure familiste, come Non una di meno ci ha ricordato anche durante l’ultimo sciopero femminista dell’8 marzo, denunciando quanto il REI sia una misura rivolta alla famiglia e non alla persona e lontana dai principi dell’universalismo e dell’autodeterminazione.
Se sfruttassimo questa congiuntura, portando fisicamente centinaia di domande agli sportelli degli uffici pubblici, mandandoli in tilt e facendo emergere ripetutamente la domanda di reddito, facendo saltare i requisiti di accesso al REI? E se fosse una coalizione di migranti, giovani precari, disoccupati, lavoratrici autonome impoverite delle nostre città a bussare le porte dei municipi? Se non ora, quando? Reclaim the money!

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