RIDER: NATURA AUTONOMA O SUBORDINATA?

RIDER: NATURA AUTONOMA O SUBORDINATA?

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Sviluppare il sindacalismo sociale nella contrattazione metropolitana

Lavoro digitale e limiti del diritto: sviluppare il sindacalismo sociale nella contrattazione metropolitana e invertire i rapporti di forza del lavoro vivo nella città-piattaforma. Forzare il diritto verso forme sempre più ampie di tutela del lavoro vivo -diretto e/o indiretto- sussunto nel rapporto sociale della costituzione materiale del capitale
Recentemente ha suscitato molto clamore mediatico la sentenza della causa – la prima in Italia di questo genere – che sei rider di Torino hanno intentato contro Foodora (una delle piattaforme leader dei servizi di food delivery) per contestare l’interruzione improvvisa del rapporto di lavoro sulla base di una non-riconosciuta natura subordinata dello stesso. La causa di questo recesso/licenziamento? L’aver partecipato ad azioni di protesta per ottenere delle condizioni di lavoro migliori.
Tanti sono i casi di contestazioni legali che su scala europea hanno contrapposto rider e piattaforme in questi mesi. In alcuni giudici e ispettori del lavoro sono stati favorevoli ai lavoratori digitali, in altri hanno privilegiato il punto di vista delle piattaforme.
La questione principale – nel processo torinese così come in tutti gli altri casi – riguarda la natura autonoma (così dicono le piattaforme) o subordinata (così sostengono i rider) di questi nuovi (ma in parte vecchi) lavori. In particolare, a Foodora è stato contestato il controllo costante esercitato sul processo lavorativo tramite lo smartphone e la pressione psicologia alla totale messa a disposizione (dell’azienda) cui erano sottoposti i lavoratori.
Da parte sua, l’azienda ha sostenuto che così come manca l’obbligo per i rider di garantire un certo monte orario così non c’è l’obbligo per le piattaforme di far lavorare i propri collaboratori; sarebbero i rider a dare le proprie disponibilità senza obblighi – come se si trattasse di un passatempo e non di un’attività economica fortemente etero-organizzata e etero-diretta.
Nonostante la retorica smart e la narrazione di un’economia dei lavoretti e della condivisione, emerge chiaramente una contrapposizione netta e a tratti insanabile fra due letture diverse del capitalismo di piattaforma. La dicotomia semantica del “loro dicono” contrapposta al “noi diciamo” che condensa la distanza fra due modi radicalmente diversi di descrivere le soggettività del lavoro digitale è già parte di un rifiuto della voce unica delle piattaforme, è l’affermazione di un punto di vista autonomo ed eterodosso.
Non è un caso che le piattaforme abbiano elaborato un loro particolare vocabolario per (non) nominare il lavoro. Nella semantica del food delivery sembrano non esistere dipendenti, contratti, licenziamenti, turni ma solo collaboratori, login, disponibilità. Nominare diversamente il lavoro fa parte di un processo di trasformazione delle condizioni e dei rapporti di produzione di più ampio raggio. Vuol dire negare il lavoro come luogo di conflitto fra soggettività diverse e con interessi contrapposti a favore di una messa a valore di se stessi. Vuol dire negare che esistano soggetti diversi laddove tutto fa parte di una idilliaca quanto irreale community digitale. Vuol dire negare quei diritti e quei rapporti produttivi conquistati dalle lotte operaie della seconda metà del Novecento e ormai insostenibili per le mutate condizioni di produzione. Questo naturalmente ha profonde conseguenze – sulle nuove economie così come sulle vecchie – in termini di condizioni di lavoro, accesso al welfare, sicurezza dei lavoratori, equilibrio vita-lavoro, discriminazioni.
In tal senso, non colpisce l’esito negativo (per i rider) della sentenza del processo torinese, sebbene ancora non siano state depositate le motivazioni che hanno spinto il giudice ad accogliere la difesa presentata da Foodora. Tuttavia, alcune considerazioni – due sui limiti del diritto del lavoro e una più generale sulla sua innovazione – possano essere avanzate.
Le riforme che per anni sono state presentate come necessarie per il rilancio dell’occupazione e della produttività hanno progressivamente svuotato il diritto del lavoro della sua capacità di controbilanciare il potere di comando del capitale aprendo sempre più a una deregolamentazione del mercato del lavoro (quindi alla possibilità di applicare contratti “deboli” in termini di tutele e salari) a sfavore di altre istanze (quelle legate alla possibilità di riproduzione della forza-lavoro di cui parlava Marx).
Inoltre il diritto sembra incapace di cogliere le mutate condizioni in cui opera il capitale contemporaneo: cambiano forme, tempi e spazi del lavoro e con questi anche le tecniche e i dispositivi disciplinari. Le tecnologie digitali permettono il passaggio da metodi coercitivi e autoritari a forme di soft power: il comando sul lavoro non è più diretto (se non raramente) perché la disciplina si è fatta molto più indiretta, resiliente, distribuita su attori e momenti (produttivi e sociali) diversi: dai meccanismi di rating aziendale a quelli di accesso prioritario alla prenotazione turni. La subordinazione alla piattaforma si dispiega ben prima del processo lavorativo laddove non si può fare altrimenti se non come vuole l’algoritmo piuttosto che come il rider vorrebbe (la famosa falsa libertà di cui sempre Marx parlava): l’obbligo a svolgere una mansione è anticipato dalla necessità di mettersi a disposizione (del capitale); il contratto civile viene affiancato dal contratto interiore che la forza-lavoro deve stabilire con se stessa per valorizzarsi.
Il punto, dunque, non è tanto far rientrare questi nuovi lavori all’interno di questa o quella tipologia contrattuale (ormai svuotate della loro capacità di tutela del lavoro e superate da altre forme di contrattualizzazione). Il punto è forzare il diritto a riconoscere e intervenire sulle trasformazioni in corso nella costituzione materiale del capitale come rapporto sociale fra chi ha potere di comando e chi ha forza-lavoro. Questo potere oggi sta sempre meno nel possesso dei mezzi di produzione e sempre più nel possesso delle infrastrutture (digitali e logistiche) e degli algoritmi. Le piattaforme fanno leva su entrambi e non si limitano a mettere insieme contenuti e utenti, domanda e offerta, clienti e produttori; piuttosto riplasmano il processo produttivo da cima a fondo e inglobano a tal punto la cooperazione sociale da sostituire la società stessa con le community digitali.
*un estratto dell’articolo integralmente pubblicato su Euronomade

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